The price of stubborness

Lifelong Mac user, I always limited my allegiance to Apple’s computers and music players: while I cannot count the number of Macintoshes, Macbooks and iPods I owned over the years, I never had an iPhone or Apple Watch or any other gizmo.

I paid dearly for the obstinacy in resisting the lure to go all-in on the bitten apple, especially when trying to get my Android phone (but it was a Symbian phone before that) to talk to my Mac, sync information and move files.

In this latest iteration I had to replace a damaged-beyond-repair Huawei device, and chose a Xiaomi Poco X3 Pro which has three of the things I want: a headphone jack, a replaceable battery and a micro SD card tray. This last requirement was especially long-sighted, for reasons you’ll understand below.

The migration from the old phone was a non-migration: my Google accounts did a little of the work (essentially remembered which apps I had) but not much: I had to manually rebuild my painstakingly designed single-page home screen, pictures and music did not budge at all, and contacts got hopelessly messed up.

All in all, there was (and still is) A LOT of manual work to complete the task:

  • Pics got backed up and pulled down from Dropbox (this was a piece of cake, there were very few of them, as I back up and catalog them very often)
  • Contacts got exported in VCF from the old phone and re-imported, after razing the new phone address book
  • Music is tougher, as there is a whopping 35GB of it:
    • Backing up to Dropbox would take ages with my slow connection. In fact these files are the result of the manual ripping of my CD collection, so until fiber or Starlink don’t bring us to this century (which is happening, let’s see who makes it first) they won’t be backed up to the cloud like everything else, as I have the actual CDs.
    • Next I tried using the USB cable connection: Android File Transfer keeps breaking down as it does with many other phones and USB-debug reliant Macdroid does not like the wonky USB driver of my Xiaomi phone: alas, there is a new one, but only for Windows!
    • Then I tried FTP, but first I had to understand (it took me a while) that the native FTP server OSX used to offer was removed around 2009-2010 (I think for security reasons) so I had to install an FTP server on the Macbook and an FTP client on the phone. Speed is very low (perhaps due to poorly configured WiFi ?) and the FTP pipe kept breaking down, mostly due to incoming calls (which, BTW, failed so don’t do this when working !) and I had to give up. Moreover, the FTP client’ mere existence even if it’s not running makes receiving calls impossible, so I had to uninstall it altogether.
    • My final option is the StairsNet: back in the days, at Lotus we had the developers team housed on the third floor and the QA team on the first. Our LAN was not the best (*ahem!*) and sometimes developers would put a build on a portable HD drive and trudge down to first floor, hence the name. Basically, I’ll copy the files to a micro SD card and move it to the phone from where I’ll copy it back to the destination folder. Not the fastest process as the SD card slot on my Mac does not have a very fast connection and the file system simulators on phones are horrible creatures, but lo-tek enough it could work.

Adding to my predicament is my wife’s and daughter’s relentless teasing about oh-so-much-easier it would have been had I chosen an iPhone, especially nasty because it’s true.

Without the SD card tray I’d be stuck: God save us from the bad example set by Apple of removing everything from their phones: it might work in a closed, tightly controlled system like the Apple ecosystem, but definitely NOT on a mixed ecosystem like the one I insist in having.

Next task will be to get the phone to work with Android Auto, but that’s for another day.

[EDIT 22/9]: I have decided to return this phone – during all of yesterday I could not receive calls, and compatibility with Android Auto and the Neutron Music Player was awful.

Back to shopping, I have relented on the replaceable battery and am willing to downgrade to 128GB (currently using about 75GB) but not willing to compromise on audio jack and SD card tray. Current shortlist includes:

  • Samsung A72
  • Samsung A52s
  • Google Pixel 4a (no SD card might be compensated by the cruft-free OS…)

Mai perdere la memoria!

Negli anni ’80 fare video di famiglia richiedeva dedizione e sprezzo del pericolo.

Io mi trascinavo dietro una telecamera che aveva le dimensioni di una Arriflex 35mm PIÙ uno scatolozzo che era in sostanza metà di un videoregistratore intero, dato che il supporto erano colossali nastri VHS. Sarebbero dovuti passare una decina d’anni prima che si passasse a cassette molto più piccole tipo VHS-C anche se io nel frattempo ero saltato sul carro Sony e usavo miniDV.

Gianni mentre filma i suoi figli

In totale però il problema maggiore è sempre stato quello dell’accesso dato che, come su tutti i nastri, i contenuti sono memorizzati in serie. La poca praticità nella fruizione condannò i video di famiglia alla stessa fine ingloriosa cui aveva condannato i filmini 8mm e le diapositive ma è un peccato, non tanto per le immagini la cui qualità è talmente scarsa da far considerare l’oblio come il più pietoso dei destini, quanto per il valore documentale.

A questa difficoltà si aggiunge il fatto che non posseggo più lettori di nastri compatibili con questi formati di cassette.

Sta di fatto che ho deciso di prendere il toro per le corna, digitalizzando il mio “giacimento di famiglia” (una trentina di cassette) scaraventando poi il tutto su YouTube.

Le informazioni di registrazione si riducono a scarabocchi sull’etichetta della cassetta, dunque sarà necessario:

  1. digitalizzare i nastri
  2. tagliare il filmato in spezzono omogenei per evento
  3. visionarli quel tanto che basta per assegnare a ciascuno spezzone coordinate spazio-temporali e un titolo
  4. caricare su YouTube

Per il passo 1. utilizzerò un service esterno che per una decina di euro a cassetta mi consegna dei file MP4 e poi metterò alla prova il mio povero Macbook Air e la mia connessione ADSL per i passi successivi.

Voi che leggete ve la cavate con poco, nemmeno vi posto il link alla playlist – i miei figli però potrebbero non essere altrettanto fortunati…

La nascita della CorpoNazione


(Gianni Catalfamo, 30 Aprile 2021)

ENG

Nel 1931 Aldous Huxley pubblica un racconto intitolato “Brave New World” in cui descrive una società distopica basata sul progresso tecnologico.

Sono passati novant’anni (un po’ presto per giudicarlo visto che BNW è collocato nel 2540) ma a me sembra che Huxley abbia toppato: non vedo tracce delle divisioni in classi sulla base di competenze e capacità e non vedo la minima traccia di Città-stato entro un’unica nazione mondiale. Anzi, mi pare che si stia procedendo rapidamente in direzione opposta.

La tecnologia però sta alterando i connotati della Società quale noi la conosciamo, in molti modi, alcuni più sottili e altri più evidenti.

Entità sociali

Tradizionalmente la società si è data un’organizzazione identitaria basata sul territorio: tutte le persone che coabitano su un certo territorio e che si riconoscono come “simili” formano una Nazione che assume anche una valenza politica, dandosi una governance e dei costumi accettati come normali.

Purtroppo il concetto di territorio e nazione non coincidono perfettamente quasi mai, creando le basi per conflitti territoriali e/o culturali che vengono risolti per via sportiva, bellica o politica: la Storia ci dice che il peso relativo dei tre mezzi di risoluzione del conflitto è andato cambiando, ma se forse siamo riusciti ad evitare la prossima Olimpiade bellica nei campionati minori la spada è ancora molto molto più popolare della parola o del pallone.

Negli ultimi trent’anni però sì è andato imponendo all’attenzione della società un piano di esistenza diverso da quello reale, dove si intrecciano relazioni, si svolgono transazioni e si creano o distruggono reputazioni: quello di Internet.

Le aziende che gestiscono le modalità di accesso e fruizione di questo nuovo piano di esistenza (Apple, Microsoft, Facebook, Google, Amazon) hanno sviluppato un potere straordinario, quale non si è mai visto in nessun altro settore dell’economia. Si tratta di società private che ormai sviluppano fatturati globali superiori a quasi tutti i Paesi del mondo, eccetto una manciata, ma soprattutto continuano a crescere a ritmi del 50% all’anno, mentre le economie di tutto il mondo quando va bene crescono del 2-3% l’anno.

Continuando di questo passo, tra meno di 10 anni Apple sarà più grande dell’intera economia degli Stati Uniti.

Il motore di crescita

Qual è il carburante di questa crescita vertiginosa ed inarrestabile? Non è la tecnologia, e nemmeno Internet: molte altre aziende di successo sono impegnate in questi stessi settori (IBM, Oracle, Cisco, HP, Samsung) senza però dare l’impressione di avere le stesse potenzialità.

Io penso che il propellente dei razzi delle aziende prima citate sia nella capacità straordinaria che hanno dimostrato di raggiungere masse enormi di consumatori con prodotti e servizi che questi desiderano, spingendo miliardi di persone ad entrare volontariamente e consapevolmente nel loro ecosistema, pagandosi l’accesso con una valuta che disdegna la “vil moneta” preferendole i propri dati personali che queste aziende impacchettano e rivendono.

Ma cosa fa uno Stato?

  1. Offre alcuni servizi collettivi condivisi
    1. infrastrutture
    2. istruzione
    3. sanità
    4. moneta
    5. ordine pubblico
    6. difesa
    7. identità
  2. Facendosi pagare per mezzo della fiscalità generale e particolare
  3. Determinando gli indirizzi strategici sulla base di meccanismi di governance che – con varie sfumature e molte eccezioni – possono ricondursi alla democrazia rappresentativa inventata in Grecia nel V secolo A.C.

Cambiando (ma solo leggermente) terminologia, possiamo dire che queste aziende crescono così rapidamente perché riescono a far entrare tanti cittadini nel loro ecosistema

La CorpoNazione

Alla luce della definizione illustrata al paragrafo precedente, proviamo a vedere se una qualsiasi di queste aziende potrebbe costituire uno Stato o, per meglio dire, una “CorpoNazione”:

  1. Servizi collettivi condivisi
    1. infrastrutture – solo in parte; sicuramente vengono messe a disposizione tutte le infrastrutture inerenti all’utilizzo dei servizi e prodotti dalla CorpoNazione, ma non le infrastrutture necessarie al funzionamento di base della società come le strade. Queste potrebbero essere oggetto di un contratto di servizio offerto da una azienda territoriale cui la CorpoNazione paga una fee proporzionale al numero di “cittadini” fisicamente presenti su quel territorio
    2. istruzione – tutte le CorpoNazioni sarebbero in grado di organizzare e supportare forme di insegnamento a distanza, come ci ha dimostrato la pandemia; questo potrebbe diventare un servizio “premium” offerto a pagamento a chi ne ha bisogno. Le CorpoNazioni potrebbero anche essere molto più efficaci degli Stati nello sviluppare protocolli di certificazione delle competenze riconosciuto da una CN all’altra
    3. sanità – non direttamente e non nella forma universale e gratuita che abbiamo in Europa. In altri continenti però la sanità è garantita da forme assicurative meno inclusive ed universali; in ultima analisi è una questione di dimensioni e una CorpoNazione con due o tre miliardi di “cittadini” potrebbe spuntare condizioni molto vantaggiose sul mercato assicurativo…
    4. moneta – assolutamente sì; addirittura diverse di queste aziende stanno pensando di sviluppare criptovalute che possano essere usate per le transazioni all’interno del dominio
    5. ordine pubblico – in parte viene già fatto, usando come pena quello che una volta si chiamava confino, cioè l’espulsione dalla CorpoNazione: il Presidente Trump si è visto escludere nel giro di poche ore da ogni forma di dialogo pubblico sulla base di una decisione unilaterale della polizia dei Social Network che, senza preoccuparsi di seguire l’iter iper-garantista che la Giustizia moderna ha sviluppato per proteggere il singolo cittadino, lo ha di fatto isolato dal mondo. Per uno come Trump, chiuderlo in galera gli avrebbe fatto meno male.
    6. difesa – se per “difesa” si intendono uomini e mezzi tecnici che servano a proteggere i confini da aggressori esterni, questo avviene da tempo in ciascuna delle CorpoNazioni. Ovviamente si tratta di attacchi digitali, e al posto di aerei, carri armati e sottomarini abbiamo server farm e sofisticati software di cyber-difesa
    7. identità – vogliamo scherzare? Se l’identità si concretizza in una attestazione riconosciuta da altri, le credenziali di accesso di Google o Facebook valgono già oggi più di qualsiasi passaporto!
  2. Facendosi pagare per mezzo – non della fiscalità, ma della fee di accesso
  3. Determinando gli indirizzi strategici – tramite le regole che governano il funzionamento di una qualsiasi Assemblea degli Azionisti

Complessivamente, la CorpoNazione potrebbe essere molto più efficiente dello Stato tradizionale e, dato che non ci sarebbero più confini fisici da difendere, probabilmente meno conflittuale. Ciascun cittadino inoltre potrebbe appartenere a più di una CorpoNazione, ulteriormente migliorando il livello dei servizi ricevuti e diminuendone i costi.

What next?

Dato che questa discussione è nata insieme ad un gruppo di altre persone, mi fermo qui. Forse ci sarà qualcuno che avrà voglia di aggiungere le proprie considerazioni ed allora le troverete qui di seguito, attribuite a ciascun Autore.

Se desiderate contribuire, scrivete a questo indirizzo.

(Lucio Bragagnolo, 3 Maggio 2021)

L’azienda-nazione (d’ora in poi azienda) tende alla verticalità, a fornire principalmente un servizio, là dove lo stato-nazione (d’ora in poi stato) tende alla trasversalità, ovvero a occuparsi di tutto.

Gli stati adottano forme di interscambio di merci e servizi; le aziende tendono semplicemente a lavorare in parallelo, ciascuna sul proprio binario.

La vera differenza è nella cittadinanza, trasversale. Il cittadino aziendale, ipersemplifico, usa hardware Apple, software Microsoft, consegne Amazon, informazioni Google, socialità Facebook. Ci sono certo aree marginali di sovrapposizione e di concorrenza, che lasciano inalterato il quadro di insieme.

Il cittadino aziendale possiede non uno ma numerosi passaporti, o account, e utilizza l’uno o l’altro secondo convenienza per fruire dei servizi desiderati.

Non si resti sorpresi: si rilegga la Dichiarazione di indipendenza del ciberspazio, pubblicata da John Perry Barlow nel 1996.

[rivolto ai governi delle nazioni industrializzate] I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi [cittadini del ciberspazio]. Si basano tutti sulla materia e qui di materia non ce n’è.

Rileggere Perry Barlow un quarto di secolo dopo è capire che da subito lui aveva intuito l’incapacità strutturale da parte della politica e dei governi di affrontare la novità.

In questi venticinque anni il vuoto conseguente è stato colmato dalle aziende, non tanto per particolare genio o intuizione (Bill Gates aveva snobbato la nascente Internet, prima di capovolgere idea e strategia) quanto per la loro naturale inclinazione a crescere e generare profitto.

Le aziende hanno trovato nuovi settori di fornitura ai cittadini, che gli stati non potevano intrinsecamente comprendere e nei quali quindi non operavano, e hanno iniziato a fornire servizi su scala planetaria. Questa nuova dimensione ha portato le aziende più grandi ed efficienti ad acquisire la medesima scala. Il fatturato di Apple ha lo stesso ordine di grandezza di tanti prodotti interni lordi di nazioni ragionevolmente moderne e sviluppate.

È abbastanza noto che Internet favorisca la disintermediazione, come ha scoperto per esempio e amaramente l’editoria. Le aziende su scala planetaria, semplicemente, disintermediano lo stato.

Questa disintermediazione ha successo perché rimuove vari livelli di frizione introdotti artificiosamente dagli stati.

Si può giocare all’infinito alle differenze e similitudini, ma le due cose che più contano sono queste:

  • la tassazione di uno stato è slegata dalla sua fornitura di servizi, è indifferente alla soddisfazione del cittadino e serve ad alimentare la sopravvivenza dell’apparato statale stesso, mentre nell’azienda la soddisfazione del cliente-cittadino è fondamentale e c’è una corrispondenza diretta tra contributo finanziario e servizio fornito, senza il livello intermedio della burocrazia;
  • l’azienda lavora per offrire servizi capaci di agevolare e facilitare la vita del cittadino, nonché aumentare la sua capacità di sostenersi economicamente. Lo stato è indifferente alla crescita del reddito del cittadino, a parte la richiesta di una tassazione proporzionata.

Le aree di servizio dove non sono apparse aziende planetarie in sostituzione degli stati sono quelle dove, semplicemente, la presenza attuale degli stati è più radicata e monopolista. Nessuno stato consentirebbe, oggi, a un’azienda di proporre servizi alternativi in tema di istruzione, difesa, salute, per dire i principali.

Tuttavia la direzione è chiara e alcuni vecchi capisaldi, per esempio il servizio postale rispetto ad Amazon e alla posta elettronica, sono già saltati.

Se la direzione è chiara, non altrettanto è la previsione dell’assetto futuro che potrebbe prendere la situazione. È indubbio che Internet provochi la disintermediazione dello stato. Altrettanto indubbiamente, nel lunghissimo termine gli stati nazionali sono destinati a scomparire, sostituiti da forniture di servizi a livello planetario (forniture che potrebbero essere gestite da aziende come le vediamo oggi o da strutture interamente nuove). Tuttavia esistono regimi autoritari disposti a minare il funzionamento generale di Internet pur di conservare il loro potere. Anche i regimi democratici iniziano a intraprendere azioni tese a limitare e sminuire la portata dei servizi offerti dalle aziende planetarie. Che cosa succederà nel medio e lungo termine, quindi, è un’incognita sottoposta a molte variabili. Dalla persecuzione fiscale alla nazionalizzazione alla messa fuorilegge dell’azienda, le tattiche a disposizione di uno stato che voglia opporsi alle aziende planetarie sono numerose e potenti.

L’anno appena passato ha aperto comunque una finestra importante sulla concretezza della transizione, che prima della pandemia era oggetto di analisi – ho scritto diversi pezzi in proposito negli ultimi anni – ma rimaneva largamente un fenomeno teorizzato o anticipato con logica un po’ da fantascienza.

Come siano andate le cose lo sappiamo. Alle persone servivano improvvisamente strumenti per lavorare, imparare e comunicare a distanza, informazioni costanti, consegne a domicilio. Tutto questo è stato fornito dalle aziende, non dallo stato. Gli stessi vaccini sono nati per iniziativa privata e forniti su scala planetaria dalle aziende che li hanno messi a punto. Per quanto non abbiano avuto particolare successo, le app di ausilio alle strategie di tracciamento dei contagi si sono basate su un framework offerto su scala planetaria da Apple e Google, implementato su apparecchi iOS e Android.

Fuori dal campo sanitario, la ripresa dei programmi spaziali e la colonizzazione futura di Luna e perfino Marte mostrano la fine del monopolio delle aziende spaziali di stato. SpaceX e Blue Origin erano impensabili ai tempi di un programma Apollo; oggi testimoniano addirittura una concorrenza in atto.

È stata una dimostrazione plastica della validità del principio di sussidiarietà: lo stato ha ragione di esistere nei settori dove manca una iniziativa non statale che, dove sussiste, è in generale più efficiente ed efficace e, dove non lo è, viene spinta a diventarlo, pena essere rimpiazzata dall’iniziativa di una azienda planetaria.

Nessuno stato può raggiungere a livello trasversale l’efficacia e l’efficienza, nonché la salute economica, di una azienda planetaria specialista in un settore. Si può discutere all’infinito di teoria, ma questo è un fatto concreto innegabile che provoca l’evoluzione attuale e potrà essere contrastato anche pesantemente, ma mai contraddetto.

Non credo che le mie figlie vedranno la fine degli stati nazionali, ma l’inizio del loro sfaldarsi sì; queste sono le avvisaglie. Neanche i miei eventuali nipoti lo vedranno, immagino. Spero che invece i miei pronipoti cresceranno ben preparati a questa eventualità.

Energy and cryptocurrencies

A few days back I posted a rather casual statement about the fact that I thought Bitcoin’s energy consumption to be harmful for the environment. This attracted quite a bit of criticism from crypto fans who accused me of spreading false information, because the energetic costs of cryptocurrencies allegedly compared quite favourably with the traditional banking system with all its baggage of servers, branch offices and the like.

My crypto-critics did not do a particularly good job at articulating their points credibly, but I don’t take such accusations lightly, so over the weekend I set out to do some research on my own.

It is important to note that I do not have an opinion on the evils of cryptocurrencies, and I have lots of personal reservations over the “good deeds” performed by banks.

Finding hard, reliable data on this topic has proven to be a challenge – however the comparison between “bitcoin” and “the banking system” from an energy consumption standpoint has been attempted several times, so I will summarize these attempts here.

Banking system energy consumption

The most common approach divides the banking system into three components, branch offices, servers and ATMs; estimating the consumption of each of these and totaling them yields about 100 TWh of energy (examples of such estimates here, here and here). I was surorised at how the language seems to be exactly the same in all cases, making me wonder if I am not simply seeing one same original estimate reported several times.

Of these, 26 TWh are attributed to servers, a number that does not conflict with another independent estimate which pegs the consumption of all data centers in the world at 205 TWh (Data Centers Knowledge, feb 2020). Banks have big data centers, but so do tech giants such as Apple, Google, Microsoft, Amazon, Facebook or Twitter just to name a few, so attributing 10% of the all data center consumption to banks seems reasonable.

The DOE moreover estimates that the datacenter energy consumption for the US alone to be 70 TWh in 2020 which again seems reasonable vs the global total of 205. (DOE – OSTI, feb 2016)

Cryptocurrencies energy consumption

This also has been the subject of many studies, coming to wildly different totals. The Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index estimates 138 TWh while the Bitcoin Energy Consumption Index estimates around 76 TWh, while other estimates go as low as 39 TWh; all in all, I decided to use the conservative figure of 43TWh of energy (equivalent to 5 GW of power) coming from this study which takes into account the fact that many crypto are moving from Proof-of-Work consensus to Proof-of-Stake consensus, a far less energy-hungry protocol.

Transactions

One last number we need to estimate is the number of transactions; for crypto, it stands at roughly 320k per day, while it is estimated to be about 65 million per day for the traditional banking system.

Conclusion

Based on these data, cryptocurrencies at the moment are between 79 and 280 times less energy efficient than the traditional banking system.

Therefore, I definiteky stand by my “shooting-from-the-hip” comment.

Perché abbandonare Whatsapp?

ENG

Stamattina ho comunicato ai miei amici che dal 7 febbraio non sarò più su Whatsapp.

La decisione è stata stimolata dall’annuncio di un cambio di policy sulla privacy che andrà in effetto per l’appunto l’8 febbraio 2021, grazie al quale Whatsapp potrà condividere i contenuti delle conversazioni private con Facebook (la sua capogruppo) per permettere un più accurato targeting degli annunci pubblicitari: in altre parole, tu discuti di un week-end a Portofino con tua moglie, e su Facebook ti compaiono annunci pubblicitari degli hotel in quella località.

Immediatamente, alcuni amici hanno risposto facendo diverse osservazioni, e per evitare di spiegare la stessa cosa cento volte, ho pensato di scrivere qui le ragioni della mia decisione.

  1. Il fatto che non venga applicata in Europa non la trasforma in “una buona cosa”; in effetti, è semmai la prova provata di come NON LO SIA: è così cattiva che in alcune parti del mondo è addirittura vietata.
  2. Ci sarà chi sostiene che “tanto sanno già tutto di noi”; mentre ciò è senz’altro vero in aggregato, non c’è una singola azienda che sa tutto: Google conosce le mie ricerche e i miei spostamenti, Facebook controlla le mie interazioni social, LinkedIn ha le mie informazioni lavorative, Amazon quelle relative ai miei acquisti, Paypal quelle sui pagamenti – diciamo che il mio rischio è spalmato su molte aziende tra di loro indipendenti; per la cronaca, questa è anche la ragione per cui non uso Waze o compro nulla su FB, ed è la ragione principale per togliermi da Whatsapp.
  3. La considerazione che “ce l’hanno tutti” non mi convince affatto: rifiuto di farmi incastrare da un tasso di adozione alto poiché mi priva dell’unica arma efficace che ho contro lo strapotere dei giganti del web, cioè smettere di usare i loro servizi. Non mi piaceva come stava evolvendo Windows e ho smesso di usarlo. Non mi piacque l’iPhone quando uscì e non ne ho mai comprato uno. La scelta è per me una libertà sacra che intendo usare ogni volta che un fornitore fa qualcosa che non mi piace. Tengo esattamente lo stesso atteggiamento nei confronti dei fornitori di energia che cambio senza esitazione appena si comportano male. In casa nostra c’è un salutare mix tra iOs / macOS / Android ma c’è anche una licenza famiglia per Microsoft Office: non è sempre tutto facilissimo, ma ci lascia molta flessibilità.
  4. Whatsapp è tra i peggiori divoratori di dati nel corso dello svolgimento del suo servizio, subito dietro il voracissimo Facebook Messenger: qui sotto potete trovare un confronto tra le varie app di messaggistica in termini di quali dati registrano, che ho compilato a partire da questo articolo:

Niente più messaggistica?

Nient’affatto – sulla base della tabella qui sopra, ho deciso di seguire il consiglio di Elon Musk e di cominciare ad usare Signal: non solo non raccoglie alcun dato utente, è anche Open Source, dunque in pratica non “appartiene” a nessuno. Era stata questa la ragione che mi aveva spinto ad usare Firefox, anche se ammetto che ogni tanto torno a Chrome quando la volpe di fuoco rallenta troppo.

Avrei potuto scegliere Telegram, ma il fatto che il suo proprietario sia un’azienda con sede a Dubai appartenente ai due fratelli che hanno fondato VKontakte, il Facebook russo, mi fa suonare qualche campanello d’allarme in testa; allo stesso modo, non intendo usare una app cinese.

Dunque nessuna rivoluzione, in sostanza alla fin fine semplicemente non voglio mettere tutte le mie uova nello stesso paniere, ma sarò lieto di continuare a chiacchierare su Signal.

Why quit Whatsapp?

ITA

This morning I announced to my friends I was quitting Whatsapp, effective feb. 7th, 2021.

The decision was prompted by an announced change in Whatsapp’s privacy policy (effective february 8th) which would allow it to share private conversation data with Facebook in order to better tailor ads: in other words, you discuss a possible weekend in Portofino with your wife and you get bombarded by ads about hotel deals there.

Immediately some of these friends reacted with various objections so, to avoid repeating the same explanations over and over, I thought of summarizing the reasons for my decision here.

  1. The fact that it does not go in effect in Europe because of GDPR does not mean it’s “a good thing”; in fact it’s a smoking gun of the opposite: it’s so bad, it’s against the law in some parts of the world.
  2. Some argued that “they already know everything about us”; while ON AGGREGATE this is certainly true, not single company knows everything: Google owns my searches and my travels, Facebook owns my social interactions, Linkedin my job data, Amazon my purchasing info, Paypal my payment info – it’s kind of spread across independent companies; BTW, that’s my rationale for not using Waze or not buying anything on FB, so it’s also my main reason for dropping Whatsapp.
  3. The argument “everybody has it” is equally hollow, at least for me: I refuse to accept adoption lock-in on grounds it deprives me of the only effective weapon against tech behemots, i.e. to stop using their service. I did not like the way Windows evolved, so I stopped using it. I did not like the iPhone when it came out, so I never bought one. I regard choice as a sacred freedom and wish to avail myself to such freedom when a provider does something I don’t like. I have the same attitude towards energy providers which I fire remorselessly as soon as they misbehave. In our house there is a healthy iOs / macOS / Android mix, but also as a family license for Microsoft Office: not always super-easy, but it preserves our flexibility.
  4. Whatsapp is among the worst offenders in terms of how much data it collects when it performs its service, right after the vampirish Facebook Messenger: find below a comparison among the various messaging apps of data recorded, which I compiled from this article:

No more messaging?

Not really – based on the table above I decided to heed Elon Musk’s suggestion to use Signal instead: not only it does not collect or store ANY user data, it’s also Open Source, so nobody “owns” it. That was also my reason to use Firefox, although I admit from time to time I lapse back into Chrome when Firefox becomes a little too slow.

I could have picked Telegram, but the fact it has an owner, which is a Dubai company owned by the founders of Russian social network VKontakte, sort of rings an alarm bell in my head. Similarly, I would never use a Chinese service.

So, no big deal, I guess I simply don’t want to put all my eggs in the same basket; happy to continue to chat on Signal.

Cosa ne penso oggi del nucleare?

Mi sono laureato in Ingegneria Nucleare nel 1981. Non ho mai esercitato la professione per cui ho studiato (catturato dall’informatica che ancora non avevo discusso la tesi) ma ho continuato a mantenere un interesse accademico nei suoi confronti, coltivato leggendo riviste scientifiche.

Nel 1987 votai CONTRO le centrali nucleari in Italia, ma oggi, occupandomi di Mobilità Sostenibile, le questioni relative all’energia in generale saltano fuori di continuo, e mi trovo spesso a sostenere una posizione apparentemente ambigua che per comodità riassumo in questo post.

Premetto una volta per tutte che non mi è stata rivelata nessuna verità messianica, sto solo articolando una posizione che – in uno slogan – è:

Sì al Nucleare, ma non in Italia

  • la fissione nucleare è una delle forme di generazione più pulite che finora l’uomo abbia messo a punto: consuma pochissimo combustibile (tant’è vero che il costo industriale dell’energia prodotta è essenzialmente determinato dall’ammortamento dell’impianto), produce pochissime scorie e non causa praticamente nessuna emissione nociva, men che meno gas serra, dei quali ne produce sul ciclo di vita ancor meno che l’idroelettrico o il fotovoltaico;
  • l’Uranio è relativamente abbondante sulla Terra, non concentrato in zone “calde”, ed economico;
  • ancor meglio dell’Uranio sarebbe il Torio, più abbondante e meno costoso e più diffuso; storicamente però dobbiamo ricordare che i milioni per perfezionare la prima pila nucleare Enrico Fermi li ricevette dai militari che da lui non volevano la pila, ma la bomba: il ciclo del Torio, infatti, non produce Plutonio come scarto, e niente Plutonio, niente bomba H. Si potrebbe ripartire daccapo, ma ci vorrebbero miliardi e attualmente nessun politico avallerebbe una spesa simile, neppure nei paesi ancora nucleari;
  • ovviamente un po’ di scarti ci sono, ma sono gestibili industrialmente senza difficoltà maggiori dei pestilenziali ed abbondantissimi scarti prodotti dalla combustione di idrocarburi fossili;
  • quasi tutti i problemi causati da centrali nucleari (Chernobyl e Fukushima in testa) sono causati direttamente o indirettamente dal fatto che, approfittando del fatto che gli NPP sono molto più piccoli di un equivalente impianto a gas o olio combustibile ed essendo state costruite in massima parte negli anni ’60/’70, si sono realizzate delle cittadelle fortificate per paura di attentati (mai verificatisi); un incidente con dispersione catastrofica di materiale radioattivo contamina in breve tempo l’intero impianto, rendendo la bonifica molto difficile e costosa (anche in termini di vite umane);
  • le condizioni idrogeologiche ideali per il posizionamento di un NPP però sono: territorio pianeggiante e sismicamente stabile, (grande) abbondanza di acqua, e insediamenti umani scarsi nel raggio di 15 km. Basta prendere una cartina dell’Italia per rendersi conto che queste tre condizioni non sono soddisfatte praticamente mai nel nostro paese, mentre lo sono nel sud della Francia, in Scozia, in Slovenia e molti altri luoghi;
  • così come non costruiremmo una diga nel deserto, non ha senso costruire NPP in Italia, ma ha senso importare l’energia che essi generano altrove, perché è proprio il sistema di interscambio di energia transfrontaliero uno dei fattori che garantisce stabilità alla rete nel suo complesso.
  • il fatto che nel 1987 il “popolo” (me compreso) abbia detto  “NO” al Nucleare a mio parere non conta una cippa, dato che il 99% di questo “popolo” non aveva la benché minima competenza sull’argomento, e il suo voto ha lo stesso valore che avrebbe quello di tutti i bambini del Paese che votassero sul codice della strada;
  • concludo con pessimismo: prima o poi il busillis della fusione nucleare controllata verrà risolto e l’argomento tornerà prepotentemente di moda: energia praticamente illimitata e praticamente gratuita, ma….

Perché non l’accumulo?

Più di una volta ho avuto modo di esprimere scetticismo rispetto all’ipotesi di un sistema di accumulo a corredo del mio sistema fotovoltaico.

Il suo vantaggio sarebbe quello di aumentare l’autoconsumo: lasciato a se stesso, lo sfasamento tra ore di generazione ed ore di consumo fa sì che esso sia intorno al 35% del totale generato.

Dunque dei 16.500 kWh mediamente generati all’anno dai miei 15 kWp, ne autoconsumo circa 16.500 x 35% = 5.800 e conferisco il resto alla rete che me lo paga circa 12c/kWh tramite un contratto si Scambio Sul Posto,

Un sistema di accumulo che raddoppiasse il mio autoconsumo farebbe dunque diminuire i miei acquisti di energia elettrica di altri 5.800 kWh per i quali risparmierei la differenza tra quanto pago e quanto mi viene pagato il kWh (nel mio caso circa 10c) per un beneficio reale complessivo di €580/anno.

Dato che desidero rientrare dei miei investimenti energetici in non oltre 4 anni, ciò significa che sono disposto a pagare il sistema di accumulo 580 x 4 = €2.320, al netto degli incentivi, ovvero al massimo €5.000.

Purtroppo finora me ne sono stati chiesti 3-4 volte tanti, per cui…

Notes of note.

IBM Domino v10 is being released. That’s a long way from the original Lotus Notes, itself the grand-nephew of Iris Associates’ Notes.

When Lotus bought IA, I was their Country Manager for Italy. We (like all the PC industry) were selling spreadsheets and word processors at the time, simple stuff which did well one simple thing on a single PC. Well, Notes was not like that at all, and despite  trainings and brochures, most of us could NOT effectively explain what Notes did and therefore why customers should buy it.

So I did the only sensible thing for an ex-nerd: ripped open a box and installed the damn thing on my machine and (without reading a single line of the manual) started playing with it.

Within a week or two I had familiarized myself with the programming language of Notes and developed what quickly became the most used Notes application in Italy: JOKES.NSF where people would write silly jokes and others could comment.

This may sound like nothing today, but we are talking early Nineties here (I left Lotus in 1993): other software companies didn’t have a clue about network-based rapid application development, so it was pretty advanced stuff. I remember that we struggled to define a new software category (“groupware”) which for years included only one product

The Jokes database was by default included as a sort of general demo on every installation of Lotus Notes in Italy, and was used by so many Sysadmins that our own systems engineers posted there tech messages because it was the best way to make sure they would be read quickly.

There might a few people among my contacts who remember Jokes.nsf and if you are an early adopter of Lotus Notes a copy of this social network ante-litteram could lay dormant on your servers, waiting to amuse you.

Therefore I salute Domino 10: this is my small tribute to one of the best pieces of software I ever came across.

Fusione e Fissione

ENGLISH

Ogni tanto trovo qualcuno che confonde  queste due parole alquanto simili, forse perché entrambe hanno a che fare con grandi quantità di energia ed entrambe possono essere usate per fabbricare bombe.

E’ un errore scusabile?

Questo documento ha un obiettivodi mera divulgazione: sono state fatte molto approssimazioni e esemplificazioni per renderlo comprensibile, conservadone la base scientifica.

Spero di aver messo in pratica la massima del prof. Feynman: “Se non riusciamo a spiegarlo a una matricola, significa che non l’abbiamo veramente capito”

Esprimendoli il più semplicemente possibile, i due principi di funzionamento sono questi:

  • FISSIONE: la divisione di una atomo grande in due atomi più piccoli. rilasciando energia
  • FUSIONE: l’unione di due piccoli atomi per formarne uno più grande, rilasciando energia

Esaminiamoli uno alla volta.

Fissione

Nella fissione lanciamo ad velocità alta-ma-non-troppo dei neutroni verso un nucleo pesante, ad esempio Uranio-235; i neutroni – con il loro carico di energia cinetica – atterrano su un nucleo semisolido di Uranio già piuttosto tremolante, transformandolo brevemente nell’ancor più instabile Uranio-236 che si mette ad oscillare assumendo una forma bilobata; quando i due lobi raggiungono una distanza superiore alla distanza efficace della forza Nucleare (di cui parleremo dopo) si dividono in (di solito) due nuclei più leggeri, sparando fuori altri neutroni e un po’ di energia sotto forma di raggi gamma (*); i neutroni liberi colpiscono altri nuclei di U-235 ed il processo si ripete, dando vita alla cosiddetta “reazione a catena”.

Per immaginare questa situazione, considerate un elastico tenuto teso da una molletta. Applicando una piccola quantità di energia alla molletta (il neutrone), l’elastico viene liberato e riacquista la sua forma naturale, rilasciando una grande  quantità di energia elastica.

Questa reazione a catena diverge rapidamente: in una bomba A (come quella di Hiroshima) in modo esplosivo, mentre in un reattore nucleare viene inserito un “moderatore”, cioè una sostanza che assorbe una parte dei neutroni liberi rallentando la reazione per renderla controllabile.

In linea di principio potremmo dividere qualsiasi nucleo, ma in pratica l’energia liberata è maggiore di quella applicata solo per quelli più pesanti e questa differenza cresce col peso, al punto che la maggior parte degli elementi trans-uranici decadono radioattivamente in modo naturale in frazioni di secondo. L’Uranio è il più pesante nucleo che esista stabilmente in Natura (**).

Fusione

Il processo di fusione è l’esatto opposto: mettiamo due elementi leggeri l’uno vicino all’altro fino a farli cadere nel pozzo energetico della forza Nucleare, per comprendere il quale è necessaria una breve digressione sulla struttura interna dell’atomo.

Sappiamo dalla fisica elementare che l’atomo è fatto da un nucleo di protoni e neutroni con una nuvola di elettroni che gli gira attorno. Per avere un’idea delle dimensioni, se il nucleo fosse largo 1 metro, gli elettroni sarebbero a 100 km di distanza. I protoni hannn carica positiva, i neutroni non ne hanno nessuna e gli elettroni hanno carica negativa; dal momento che cariche opposte si attraggono, come mai gli elettroni non cadono sul nucleo?

Prendiamo due magneti: lasciati liberi, il polo positivo dell’uno si attaccherà al polo negativo dell’altro. Ora colleghiamoli con uno spago e facciamone muovere uno: a causa dello spago, esso non può che muoversi intorno all’altro e se la sua velocità è sufficiente, la sua inerzia impedirà che cada su quello che resta fermo. L’equilibrio tra inerzia ed attrazione elttrostatica rende l’atomo quello che è.

Ma il nucleo, invece? Tutte le particelle che contiene hanno carica positiva o nulla, non dovrebbero respingersi?

In effetti lo farebbero, se non fosse per un’altra strana forza chiamata forza Nucleare; le forze che sperimentiamo fisicamente sono quella elettromagnetica (attrattiva o repulsiva a secondo della carica) o la gravità (sempre attrattiva) ed entrambe diminuiscono col quadrato della distanza. La forza Nucleare invece è trascurabile a distanze superiori al diametro di un nucleo, fortemente attrattiva a quella distanza per poi diventare repulsiva a distanze ancora minori! (***).

Come risultato, i protoni ed i neutroni vengono tenuti insieme nel nucleo, ma non possono comprimersi di più.

Dunque, quando spingiamo due piccoli nuclei sempre più vicini, è come se spingessimo due palline da golf oltre il ciglio di una buca: ad un certo punto supereranno il ciglio e precipiteranno l’una contro l’altra in fondo alla buca.

L’energia necessaria per la spintarella è minore dell’energia rilasciata nello scontro fino al nucleo di Ferro-26 dopodiché diventa maggiore; anche se l’abbiamo chiamata “spintarella” però si tratta di una quantità energia molto grande: in pratica i nuclei devono avere un’altissima velocità, cioè trovarsi alla temperatura di almeno 100M °K (sei volte la temperatura al centro del Sole)(****).

Confinare un plasma a 100 milioni di gradi non è uno scherzo e richiede energie enormi: fino a che queste energie non sono molto inferiori alle energie rilasciate, nessun reattore a fusione serve a nulla e la ricerca si concentra su tecniche di confinamento che adottano soluzioni molto diverse.

Conclusione

Fissione e fusione liberano l’energia di legame dei nuclei atomici: questa energia è massima per il nucleo di Ferro-26, dunque si ottiene energia dividendo i nuclei più pesanti del Fe-26 e mettendo insieme quelli più leggeri. Naturalmente il rilascio è massimo agli estremi:

La Natura preferisce la fusione perché l’idrogeno è più abbondante di qualsiasi altro elemento e la sua densità energetica è un po’ maggiore, soddisfancendo meglio la fame insaziabile di entropia dell’Universo: da un punto di vista umano, la fissione è più facile da ottenere, il suo combustibile è più scarso (anche se comunque abbondantissimo) ed i suoi sottoprodotti più inquinanti.

D’altra parte la fusione è più difficile da controllare, ma usa un carburante disponibile in quantità quasi illimitata ed i suoi sotto-prodotti sono meno pericolosi.

Fissione e fusione hanno densità energetiche simili: 1 kg di combustibile rilascia rispettivamente 20,000 e 24,000 MWh di energia, confrontato con i miseri 14-15 kWh ottenuti bruciando 1 kg di qualsiasi combustibile fossile.

Possiamo concludere che, se anche i processi ed i materiali sono molto diversi, il principio fisico è molto simile.


NOTE

(*) in questa descrizione semplificata non teniamo conto di neutrini e anti-neutrini

(**) in effetti il Torio-232 andrebbe anche meglio, ma dato che i suoi sottoprodotti non hanno applicazioni militari, negli anni ’40 gli fu preferito l’Uranio

(***) la forza Nucleare NON È una delle quattro forze fondamentali esistenti in Natura, ma piuttosto un complicatissimo effetto collaterale della loro azione

(****) il Sole riesce a cavarsela con una temperatura minore perché si aiuta con l’enorme pressione gravitazionale dovuta alla sua massa


(More posts on Nuclear Power)